La cabina telefonica si trasforma in confessionale

Poiché faceva un caldo assassino sono entrato nel primo cinema con l’aria condizionata, a costo di finire «In linea con l’assassino». Così si intitolava il film. Quando ho visto com’era in lingua originale (Phone Booth, la cabina telefonica), mi sono ricordato di un giorno a New York, in cui il traffico nell’Upper West Side era bloccato perché lo stavano girando. Pensai dovessero fare un paio di scene: si trattava dell’intero film. Lo spunto non era male: un tizio entra in una cabina per fare una telefonata, quando riappende, il telefono gli squilla nuovamente (gli apparecchi pubblici in America possono essere richiamati). La voce all’altro capo minaccia: «Se ora riappendi sei morto». E così inizia una sequenza in cui qualcuno rischia la vita a una cornetta, combattendo un nemico invisibile.
Due dubbi mi vennero. Il primo: da uno spunto così, come porti avanti e, soprattutto, termini un film? Il secondo: chiunque abbia camminato per New York, o anche soltanto visto uno dei tanti altri film ambientati lì, sa che non ci sono cabine telefoniche. Esistono schiere di apparecchi pubblici a cielo aperto quasi a ogni angolo di strada, ma nessuna cabina. Perché allora il regista aveva avuto bisogno di aggiungere quel dettaglio inverosimile alla vicenda?
La prima risposta e la seconda sono collegate. Nello svolgersi della storia la vittima sotto il tiro del cecchino riceve la promessa della salvezza in cambio dell’ammissione dei propri peccati. Quando la sua presenza nella cabina avrà fatto accorrere non soltanto la polizia, ma tutte le televisioni, mandando in diretta gli eventi, all’uomo sotto tiro verrà chiesto di gridare a tutto il mondo chi è veramente.
I peccati che ammette, costretto a farlo perché il cecchino già li conosce, non sono della peggiore specie: egli è uno dei tanti che vive una vita e una professione fasulla, ma fingendo di crederci. Preso nell’ingranaggio dell’apparenza, promuove sé stesso e gli altri con ogni mezzo, mentre, esagera, finge sapendo di farlo. Niente che anche un presidente non faccia. Ha scritto, e desidera una donna che non è sua moglie: anche qui, come sopra.
Il fatto di urlarlo a un’audience di milioni di persone, aggrappato al filo di questa cabina telefonica, gli vale il premio finale: il tiratore folle lo risparmia, la moglie, presente tra la gente, corre ad abbracciarlo, tutti applaudono. È a quel punto evidente perché c’era bisogno di una cabina che non esiste più: per simulare il confessionale. Quella scatola in cui l’uomo parla, a una voce senza volto è un confessionale. Qualcuno che appare sconosciuto e onnisciente sa chi è lui veramente e gli chiede di ammetterlo per poter essere emendato. Quel che cambia è come gli viene chiesto di farlo. Non basta che lo mormori nel buio senza punti di riferimento, a qualcuno che potrebbe essere chiunque, quindi a sé stesso. Occorre la diretta televisiva, il mondo testimone. Nell’era mediatica, suggerisce questo thriller, si impone un lavacro delle colpe che abbia adeguato pubblico.
In effetti è già così. A qualunque fuso orario e latitudine, accendendo una televisione e vagando tra i canali, s’incontrano individui che, dalla scatola, ci fanno sapere come abbiano disonorato il padre, desiderato (e spesso preso) la roba o la donna d’altri, commesso e questo e quell’altro atto impuro. Alla fine, il padre o la moglie, commossa li abbraccia, il pubblico applaude. La voce atona del presentatore-cerimoniere introduce il successivo concorrente-confessato. Non si chiama forse «confessionale» anche quel bugigattolo fosforescente dove i reclusi del «Grande Fratello» vanno per rivelare i loro pensieri? E più la sparano grossa, più possibilità hanno di diventare famosi. I giornali sono infestati da interviste in cui questo e quello si «confessano» tenendo, ovviamente, per sé l’unico peccato che soltanto l’oblio perdona, mentendo alla propria coscienza. Qualcuno dovrebbe farli tacere. Che i loro cellulari suonino e una voce registrata minacci: se ci racconti ancora i fatti tuoi, sarai eliminato.






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